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Stipendi in bitcoin: 2 sindaci USA danno l’esempio

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stipendi in bitcoin: immagine simbolica di un token BTC

Con l’apprezzamento delle criptovalute gli stipendi in bitcoin escono dalla fanta realtà per fare incursioni sempre più comuni nella vita reale. A fare notizia sono in particolare un paio di politici. Si tratta di 2 sindaci, per la precisione. Entrambi si muovono su uno sfondo a stelle e strisce, quello della bandiera USA. Uno si chiama Francis Suarez ed è il primo cittadino di Miami. L’altro è il collega Eric Adams, sindaco di New York. Vogliono ricevere i rispettivi emolumenti in bitcoin, scelta che s’innesta in un più ampio programma crypto-friendly.

Dopo la legalizzazione nel Salvador, che però non prevede i pagamenti degli stipendi in bitcoin, è la volta quindi degli Stati Uniti. Ma si tratta di scenari diversi. Nel piccolo stato centroamericano la gente protesta, mentre nelle 2 grandi metropoli sembra prevalere la comprensione delle opportunità insite nelle decisioni dei 2 primi cittadini.

Perché gli stipendi in bitcoin per il sindaco di Miami?

Dietro alla decisione di ricevere gli stipendi in bitcoin da parte dei 2 primi cittadini americani si trova un’intenzione dichiarata di fare delle rispettive città, Miami e New York, centri crypto-friendly, in grado di attirare capitali e promuovere l’innovazione tecnologica.

Miami ha fatto da apripista. Il sindaco ha dichiarato che la sua azione vuole essere un esempio per i lavoratori della sua città, ai quali vorrebbe concedere analoga opzione di ricevere, su base volontaria, gli stipendi in bitcoin.

E poi: in estate è stato lanciato MiamiCoin, token che si avvale della piattaforma di CityCoin. Oggi, grazie a una rapida ascesa, risulta quotato in vari exchange come ad esempio Coinmarketcap. MIA usa il protocollo Stacks e si muove nell’ecosistema di bitcoin, evidentemente la criptovaluta preferita da questa città. Può essere acquistata e/o minata da chiunque lo desideri; il valore di ogni nuova criptovaluta va per il 70% al miner e per il restante 30% alle casse comunali. Man mano che la domanda cresce aumentano quindi i profitti, sia per il detentore di MiamiCoin che per la città.

Al momento un MIA vale circa 0,0237 dollari, e la sua capitalizzazione ammonta a 47 milioni. Con il suo apprezzamento vincono tutti. I possessori si ritrovano proprietari di un capitale crescente, mentre Miami può impiegare tale liquidità per opere pubbliche. Non solo: il sindaco Suarez afferma che potenzialmente si potrebbe arrivare a sostituire le imposte comunali con questo nuovo reddito.

Per ora a pagare meno tasse sono le aziende operanti nel settore finanziario e crypto che aprono uffici qui. Goldman Sachs e Blackstone, per esempio; presto dovrebbe arrivare anche eToro. Tutti attirati dalla convenienza fiscale e dal mood crypto-friendly di questa metropoli.

Che cosa ha convinto il primo cittadino di New York a ricevere lo stipendio in bitcoin

Eric Adams ha presto imitato Suarez: intende ricevere i primi 3 stipendi in bitcoin. E come Miami la sua città avrà presto una sua criptovaluta, il NYCCoin (che avrebbe dovuto per il vero essere già lanciato il 10 novembre, ma non se ne trova notizia). New York però non possiede ancora l’infrastruttura necessaria a erogare direttamente gli emolumenti nella valuta virtuale.

Ma bisogna avere fede perché il primo cittadino ha le idee chiare. Secondo lui la Grande Mela può diventare un hub tecnologico aperto alle criptovalute, che dovrebbero anche essere insegnate nella scuola dell’obbligo. Perché l’innovazione significa nuovi posti di lavoro e la possibilità per NY di aprirsi al futuro, diventando un centro per la sicurezza informatica, rendendo concreto e quotidiano l’uso di devices ipertecnologici, il tutto condito dalla possibilità di effettuare ovunque pagamenti in criptovalute.

Sullo sfondo le leggi federali

Le mire dei 2 sindaci dovranno però vedersela con la nuova normativa federale relativa alle infrastrutture ma riguardante anche le criptovalute. Non è ancora in vigore perché manca la firma del Presidente Joe Biden, ritenuta certa e che verrà posta la settimana prossima. Il disegno di legge impone requisiti più rigidi riguardo alla tassazione e alla dichiarazione delle transazioni con le valute virtuali. Già da 10.000 dollari scatterà l’obbligo di comunicazione all’Internal Revenue Service, l’analoga della nostra Agenzia delle entrate.

Chiaramente, questa normativa contrasta con la natura decentralizzata e global di questi asset, e potrebbe interferire con i progetti di Miami e NY. Le aziende per esempio potrebbero preferire paesi meno crypto-tax-friendly. Oppure saranno queste 2 metropoli a trovare una soluzione per rimanere nella legalità senza sminuire le aspirazioni di cittadini e mondo business alla privacy (e all’esenzione fiscale)?

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