Ven. Set 25th, 2020

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Polkadot: la rete delle reti premiata dalla community

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Immagine simbolica del network Polkadot che mostra l'interconnessione di più reti

Fra le criptovalute più capitalizzate, Polkadot, o meglio DOT, occupa il settimo posto con un market cap che in data odierna si aggira sui 3,64 miliardi di dollari. A sorprendere è soprattutto l’avanzata fulminea del token, iniziata a fine agosto. Una meteora come Neo e Dash o un ingresso stabile nella top ten delle crypto monete?

Che cos’è Polkadot

Implementato dalla svizzera Web3 Foundation, Polkadot è un ecosistema basato su blockchains (al plurale) nel quale possono circolare ed essere scambiati tokens più altri asset di varia natura. Questi ultimi non devono per forza risultare nativi su Polkadot, al contrario.

Un punto forte del progetto è proprio il fatto di fornire un ponte di collegamento fra asset provenienti da altre blockchain. Ad esempio Ethereum e Bitcoin, per citare le 2 criptovalute più importanti.

Tale interoperabilità mantiene elevati gli standard di sicurezza ma al contempo garantisce fees convenienti e notevole scalabilità. Per arrivare a questo il team capeggiato da Gavin Wood (già noto nella crypto community per il ruolo avuto nell’implementazione di Ethereum) ha elaborato un network dalle caratteristiche particolari.

Polkadot è infatti una rete in cui possono coesistere molteplici blockchain, correttamente definite parachain. Non si tratta però di catene facsimili una dell’altra, bensì sviluppabili con caratteristiche in parte eterogenee in modo da adattarsi al meglio allo scopo per cui vengono create.

In più il progetto è stato sviluppato in modo da potersi aggiornare con facilità senza necessità di hard fork.

Oltre a questo, c’è da rilevare che il network Polkadot rispecchia appieno uno dei capisaldi della filosofia crypto. Difatti è completamente decentralizzato. La governance è il frutto delle decisioni a votazione dei singoli stakeholders, che hanno dimostrato di formare una community viva e partecipe.

DOT, la criptovaluta di Polkadot

Lo dimostra la storia di DOT, il token nativo di Polkadot che rende possibile l’amministrazione del network. L’ICO della moneta digitale risale al termine del 2017, ma soltanto lo scorso agosto la criptovaluta è diventata scambiabile fra accounts. Gli hodlers hanno atteso pazienti, fino a che la loro tenacia è stata premiata.

Oggi gli exchange che hanno accolto DOT sono diversi: Kraken, Coinbase, Binance, Huobi, Okex.

La nuova moneta elettronica differisce però da quella del 2017 perché ne rappresenta un centesimo di valore (ovviamente è aumentato il numero di tokens!). La capitalizzazione è schizzata verso l’alto con il listing degli exchange, per poi ridursi lievemente in sincronia col trend negativo di quasi tutto il comparto crypto.

Il market cap del token di Polkadot, osservato sul grafico, mostra una forte correlazione con l’andamento del bitcoin. Questo avviene proprio quando la dominance della regina delle criptovalute risulta intorno al 56%, un dato in netto calo rispetto a quello che solitamente si rivela nei downtrend del crypto mercato, in cui la dominance di BTC invece sale.

Eppure i 2 network risultano profondamenti diversi. Il capostipite delle monete elettroniche è l’Eldorado dei miners, mentre DOT offre (tra l’altro) profitti basati sullo staking.

E in futuro? Gli analisti hanno opinioni discordi. Nel mare magnum di previsioni, la corrente più nutrita ipotizza un calo del valore a breve, per l’esaurimento della spinta all’acquisto degli ultimi giorni. Ma nel lungo periodo Polkadot potrebbe rifarsi alla grande, in particolare se la bontà del progetto riuscirà a convincere gli investitori istituzionali, sempre più esposti nel crypto mercato. Avranno ragione gli ottimisti?

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