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Consumi del proof of stake: davvero green o no?

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Consumi del proof of stake: immagine simbolica di una blockchain

Rispetto a quelli del PoW, i consumi del proof of stake appaiono indubbiamente inferiori. A parità di numero di nodi attivi e transazioni eseguite, network come Ethereum o Cardano si avvantaggiano infatti della minor mole di dati trasmessi e soprattutto della potenza di calcolo necessaria, che è ben più modesta che nel mining. Ma la differenza nel fabbisogno di energia elettrica è davvero grande? Al punto di rappresentare un’alternativa green? E con quali ricadute?

I consumi del proof of stake versus i consumi del proof of work

Valutare a quanto ammontano effettivamente i consumi del proof of stake è difficile. Ad esempio, scarseggiano le informazioni su alcuni parametri come l’hardware impiegato e l’efficienza della rete elettrica alla quale si collegano i vari nodi. Il numero di questi ultimi è un’altra incognita importante. I validatori operanti in un dato momento nella creazione dei blocchi, infatti, non corrispondono ai processori in funzione. L’ammontare dei validatori è un multiplo della somma dei nodi, perché vari stakeholders decidono di impegnare più stakes per aumentare gli introiti.

Pur con queste e altre difficoltà lo sviluppatore Carl Beekhuizen ha cercato di calcolare i consumi della nuova Beacon chain di Ethereum. Questa rete allo stato attuale lavora ancora in modalità sperimentale, ma essendo già passati vari mesi dal suo lancio (avvenuto a dicembre 2020) qualcosa s’inizia a capire. Dettaglio importante, la main chain Ethereum, nata PoW, consente di fare un paragone sul fabbisogno elettrico dei 2 protocolli di consenso.

Il risultato: gli attuali consumi del proof of stake della Beacon chain corrispondono (molto) approssimativamente a quelli di una cittadina americana di 2.100 case. Quanto alla “vecchia” blockchain proof of work di Ethereum, l’ammontare di corrente elettrica utilizzato è analogo a quello di uno stato come l’Ecuador. Beekhuizen ha fatto le debite proporzioni per misurare l’entità del risparmio energetico. Il PoS stravince, dimostrandosi circa 2.000 volte più efficiente!

L’economicità in termini di corrente elettrica richiesta deriva dal fatto che lo staking non comporta calcoli energivori e complessi. In più Ethereum 2.0 (e altre blockchain PoS) impiegano lo sharding. Questa tecnologia, inadatta al PoW, prevede l’esistenza di chains separate, più piccole e operanti in parallelo. La maggior parte dei dati si propaga soltanto sulla shard di appartenenza, e anche questo favorisce il risparmio energetico, oltre che di banda.

Il PoS quindi è green?

In realtà, se tutte le blockchain, inclusa Bitcoin, adottassero all’istante lo staking (cosa comunque impossibile), i consumi del proof of stake avrebbero comunque un impatto ambientale di un certo tenore. Che nel tempo sarebbe destinato ad aumentare, in linea con l’impiego sempre più ampio dei registri distribuiti.

Per rendere sostenibile il loro funzionamento però una soluzione ci sarebbe: usare corrente elettrica prodotta esclusivamente con fonti rinnovabili. Eolica, geotermica, solare, da biorifiuti.

Il cambiamento può avvenire sia a livello individuale che collettivo. Nel primo caso vale l’esempio di nodi casalinghi funzionanti con impianto fotovoltaico. Nel secondo conterebbero le strategie adottate dai fornitori di servizi elettrici. Già oggi, in vari paesi, la produzione di corrente elettrica si avvale anche di fonti rinnovabili. In Italia, nel 2019, la quota complessiva ha superato un terzo del totale. Purtroppo gli altri 2 terzi consistono in nucleare e fonti fossili.

Finché questi ultimi non saranno abbandonati, quindi, non si può affermare che i consumi del proof of stake siano totalmente sostenibili.

Le ricadute dei minori consumi del PoS

I ridotti consumi del proof of stake rivestono un ruolo che andrà a incidere sul futuro delle blockchain e delle criptovalute. Da una parte è prevedibile un maggiore ingresso finanziario delle giovani generazioni, più attente alla salvaguardia del pianeta, nel settore dei crypto asset. Nessuno sa quale sia l’impatto della valutazione di ecosostenibilità effettuata dagli investitori sulle loro scelte. Ma una cosa è certa. La domanda di asset rispettosi dell’ambiente oppure volti a salvaguardarlo risulta in crescita anno dopo anno (e l’Italia appare in prima linea).

Viene da pensare che questo trend e quello della domanda di criptovalute, pure in crescita, procedano distanti. O almeno con ridotti punti di contatto. Questi ultimi potrebbero ritrovarsi, ad esempio, proprio per i tokens delle blockchain PoS, e/o quelle che in qualche modo rivestono un ruolo positivo sul versante green.

Poi c’è da valutare la diffusione di nodi ubiquitari, oggi possibile soltanto sui network con protocollo di consenso diverso dal proof of work. La Beacon chain vanta un buon numero di partecipanti “retailer”, che contribuiscono alla creazione dei blocchi da casa propria. La loro attività è possibile grazie ai consumi contenuti di corrente elettrica, e nulla lascia pensare che in futuro questi nodi non possano crescere, ovunque nel mondo. Con vantaggi per le blockchain, pensate per essere decentralizzate e “popolose”. E per i loro tokens.

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